She dreams in color
She dreams in red
Can't find a better man
(Pearl Jam)
She dreams in red
Can't find a better man
(Pearl Jam)
Benvenuto, autunno. Bentornato Battisti, seduto in quel caffé: pronto a struggersi di dolore per te, ma salvato in corner da lei, che corre-balla-stringe il tempo distratto di un pomeriggio (forse anche meno). E benritrovata PFM, fra rugiada, cavalli e odor di grano.
La buona notizia è che, come previsto, siamo tornati da New York safe and sound, come usa dire oltreoceano.
La brutta notizia è che, come previsto, siamo tornati da New York. La Grande Mela che riscrive se stessa ogni minuto, che si ridisegna, che ricostruisce dalle fondamenta anche ciò che tu - piccolo europeo - pensavi prezioso. Always on the move. Il buco nero delle Torri Gemelle si riempie, pian piano, di cemento armato e operai. La bandiera americana è ovunque: appiccicata sugli elmetti, cucita sulle divise, appesa al braccio delle gru. Don't worry, ci stiamo rialzando. E mentre l'11 settembre diventa un puzzle tridimensionale, capisci davvero tante cose. Fa impressione.
Tutto si distrugge, tutto si crea.
Little Italy, ad esempio. Il nostro covo di emigranti analfabeti, bizzarro orgoglio nazionale del turista italico, sta per essere fagocitato da Chinatown. Non resta che qualche ambiguo ristorante
para-italiano (tanti per la verità), i negozi di souvenir e caciotte, le vetrine dei presepi napoletani, le insegne (#1 tiramisu in NY). E naturalmente i buttadentro dei locali, col loro frasario tipico: tchao beladonna, asagia vero italian dish, ecc.
Sta di fatto che la conquista cinese procede rapidissima, e Little Italy è destinata all'estinzione.

E poi. E poi. Siamo saliti su ogni vetta, abbiamo mangiato ogni hamburger e bevuto ogni coca-cola. Ogni mattina, colazione ai tavolini rossi di Times Square con cappuccino Starbuck's e dolciumi ipercalorici assortiti, per cominciare la giornata in salute. Abbiamo conosciuto, biblicamente, Naked Cowboy. E visto uno spettacolo di cabaret. Siamo saliti sulla ruota panoramica e sul rollercoaster più antichi del mondo, a Coney Island. I primi al mondo, nella fattispecie: 1927. Un'esperienza classificabile come la più terrificante della mia seppur breve vita. Coney Island meriterebbe un capitolo a sé: abbiamo visto il locale che inventò l'hot-dog (ogni 4 luglio c'è un apposito campionato mondiale per mangiatori patologi e il record maschile, imbattuto, è di 61 panini consecutivi). Ma abbiamo, soprattutto, cantato Bohemian Raphsody dei Queen davanti a un'entusiasta platea di afro.
Ci siamo imbattuti, per caso, in amici torinesi.
Abbiamo cantato Happy Birthday a una festa decisamente gay. Ed è stato subito dopo aver visto un orsetto lavatore camminare su un cornicione.
Nel frattempo, abbiamo anche messo piede - per 24 ore - a Philadelphia, da un caro amico. Giusto il tempo di correre sulla gradinata di Rocky (gesto atletico inflazionatissimo) e provare l'esperienza extracorporea di mangiare in un ristorante etiope, accompagnati da deliziosi topi e scarafaggi grossi come triceratopi.
Non poteva mancare il pellegrinaggio alla casa di Friends, come non è mancato un giro a scrocco su regolare SUV limousine. Insieme a un gruppo di tardone locali palesemente ebbre.
Ma questa è un'altra storia.
Non dimentico i musei visti a 150 all'ora. L'infradito rotta nel momento di massimo bisogno (letterale). La Statua della Libertà ed Ellis Island. Il margarita bevuto sotto il ponte di Brooklyn. La messa gospel senza gospel. La più nota skyline del mondo. I suonatori ovunque. La foto abbracciata a Obama nella Stanza Ovale. I concerti rock nei locali underground, i concerti jazz nei locali jazz. Tutti gli sconosciuti che si sono fermati a parlare con noi. La caccia al tesoro in solitaria per cercare ogni regalo. Frammenti del Muro di Berlino. La scoperta casuale del Grom newyorkese. The Cage, la Gabbia, i campetti in strada dove neri nerboruti giocano a basket. L'ultima sera nel segno del Long Island. Ci sarebbe troppo, troppo di tutto.
Ed è tutto lì. Da poco quanto vuoi, ma è lì.
La buona notizia è che, come previsto, siamo tornati da New York safe and sound, come usa dire oltreoceano.
La brutta notizia è che, come previsto, siamo tornati da New York. La Grande Mela che riscrive se stessa ogni minuto, che si ridisegna, che ricostruisce dalle fondamenta anche ciò che tu - piccolo europeo - pensavi prezioso. Always on the move. Il buco nero delle Torri Gemelle si riempie, pian piano, di cemento armato e operai. La bandiera americana è ovunque: appiccicata sugli elmetti, cucita sulle divise, appesa al braccio delle gru. Don't worry, ci stiamo rialzando. E mentre l'11 settembre diventa un puzzle tridimensionale, capisci davvero tante cose. Fa impressione.
Tutto si distrugge, tutto si crea.
Little Italy, ad esempio. Il nostro covo di emigranti analfabeti, bizzarro orgoglio nazionale del turista italico, sta per essere fagocitato da Chinatown. Non resta che qualche ambiguo ristorante
para-italiano (tanti per la verità), i negozi di souvenir e caciotte, le vetrine dei presepi napoletani, le insegne (#1 tiramisu in NY). E naturalmente i buttadentro dei locali, col loro frasario tipico: tchao beladonna, asagia vero italian dish, ecc.
Sta di fatto che la conquista cinese procede rapidissima, e Little Italy è destinata all'estinzione.

E poi. E poi. Siamo saliti su ogni vetta, abbiamo mangiato ogni hamburger e bevuto ogni coca-cola. Ogni mattina, colazione ai tavolini rossi di Times Square con cappuccino Starbuck's e dolciumi ipercalorici assortiti, per cominciare la giornata in salute. Abbiamo conosciuto, biblicamente, Naked Cowboy. E visto uno spettacolo di cabaret. Siamo saliti sulla ruota panoramica e sul rollercoaster più antichi del mondo, a Coney Island. I primi al mondo, nella fattispecie: 1927. Un'esperienza classificabile come la più terrificante della mia seppur breve vita. Coney Island meriterebbe un capitolo a sé: abbiamo visto il locale che inventò l'hot-dog (ogni 4 luglio c'è un apposito campionato mondiale per mangiatori patologi e il record maschile, imbattuto, è di 61 panini consecutivi). Ma abbiamo, soprattutto, cantato Bohemian Raphsody dei Queen davanti a un'entusiasta platea di afro.
Ci siamo imbattuti, per caso, in amici torinesi.
Abbiamo cantato Happy Birthday a una festa decisamente gay. Ed è stato subito dopo aver visto un orsetto lavatore camminare su un cornicione.
Nel frattempo, abbiamo anche messo piede - per 24 ore - a Philadelphia, da un caro amico. Giusto il tempo di correre sulla gradinata di Rocky (gesto atletico inflazionatissimo) e provare l'esperienza extracorporea di mangiare in un ristorante etiope, accompagnati da deliziosi topi e scarafaggi grossi come triceratopi.
Non poteva mancare il pellegrinaggio alla casa di Friends, come non è mancato un giro a scrocco su regolare SUV limousine. Insieme a un gruppo di tardone locali palesemente ebbre.
Ma questa è un'altra storia.
Non dimentico i musei visti a 150 all'ora. L'infradito rotta nel momento di massimo bisogno (letterale). La Statua della Libertà ed Ellis Island. Il margarita bevuto sotto il ponte di Brooklyn. La messa gospel senza gospel. La più nota skyline del mondo. I suonatori ovunque. La foto abbracciata a Obama nella Stanza Ovale. I concerti rock nei locali underground, i concerti jazz nei locali jazz. Tutti gli sconosciuti che si sono fermati a parlare con noi. La caccia al tesoro in solitaria per cercare ogni regalo. Frammenti del Muro di Berlino. La scoperta casuale del Grom newyorkese. The Cage, la Gabbia, i campetti in strada dove neri nerboruti giocano a basket. L'ultima sera nel segno del Long Island. Ci sarebbe troppo, troppo di tutto.
Ed è tutto lì. Da poco quanto vuoi, ma è lì.


